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LA TRAPPOLA CECENA




DA "VLADIMIR PUTIN – LA RUSSIA E IL NUOVO ORDINE MONDIALE"


In Cecenia si intreccia la storia di secoli, dalla penetrazione russa nel Caucaso con Ivan il Terribile a quella dell’islamismo sunnita nel Settecento, dai versi di Puskin che esaltano il generale Ermolov - il primo che durante il regno di Alessandro I si adoperò per sottomettere l’indomito popolo – alle urla del leggendario Imam Samil, che per trent’anni fino alla seconda metà dell’Ottocento diede del filo da torcere alle forze dello zar, ammirato persino da Karl Marx e Alessandro Dumas. A Grozny si incrociano la politica e l’economia, la Rivoluzione d’ottobre e l’Islam, i rossi e i bianchi, Stalin e Maometto, la guerra civile e quella etnica, la lotta religiosa e quella di classe. Per la Cecenia passano la Seconda Guerra Mondiale, le deportazioni, il crollo dell’impero sovietico, il nazionalismo, il separatismo, gli interessi di molti e di pochi, il petrolio. Si mischiano i nomi di Tolstoij (che scrisse e combatté) e Berija (l’inventore dell’Operazione Lenticchia – la deportazione di massa del 1944), di Dudaev e Eltsin, di Maschadov e Lebed, di Berezovskij e Putin, di Bin Laden e George Bush. Nel pantano caucasico sono coinvolti tutti, non solo i diretti interessati: l’Unione Europea e Gli Stati uniti, la Turchia e l’Afganistan, le compagnie petrolifere e i terroristi di Al Qaeda, consulenti miliardari e pazzi integralisti, organizzazioni non governative e servizi segreti. Ce n’è per tutti i gusti. Proviamo dunque a mettere un po’ d’ordine partendo, se non proprio dall’inizio, almeno da quando la Cecenia è saltata al centro dell’attenzione internazionale con la disgregazione dell’URSS nei primi anni Novanta.

LA PRIMA GUERRA 1994-1996

Già alla fine del decennio precedente, quando a Mosca comandava ancora il signor Gorbaciov, nel Caucaso crescevano le spinte autonomiste. Dopo gli anni della dominazione comunista come negli altri territori dell’Unione Sovietica anche a Grozny soffiarono improvvisamente i venti dell’indipendentismo che poggiavano su radici storiche secolari. La famosa dichiarazione di Boris Eltsin, che dopo la sua elezione a presidente si rivolse alle repubbliche dicendo letteralmente che potevano prendersi tutti i diritti di sovranità che potevano digerire, diede poi uno slancio determinante: sotto la guida di Dzochar Dudaev, generale dell’Armata Rossa, il movimento separatista ceceno fondò un governo provvisorio - sostenuto dal giovane intellettuale Zelichman Jandarbiev che era alla testa di una nuova formazione politica, Bart, sorta un paio di anni prima - in aperta antitesi con quello ufficiale presieduto dal comunista Doku Zavgaev.

Nei caotici mesi successivi al golpe dell’agosto 1991, quando Dudaev si era schierato dalla parte di Eltsin e Zavgaev era più vicino ai putschisti, la situazione a Mosca come a Grozny era abbastanza difficile da decifrare. Nelle elezioni del 27 ottobre il paladino degli autonomisti fu eletto presidente della Cecenia e il primo novembre proclamò l’indipendenza. La capitale reagì dichiarando illegali le elezioni e attuando lo stato di emergenza. Alla fine dell’anno la parte inguscia decise di dividersi a sua volta dalla Cecenia e di rimanere agganciata alla madre patria. Cominciava in questa maniera la prima fase della storia della repubblica che sarebbe sfociata nella prima guerra tra il 1994 e il 1996. Durante questo periodo quel piccolo lembo di Caucaso si trasformò in un vero e proprio stato criminale dove regnava la corruzione, si trafficavano stupefacenti e armi (i ceceni si impadronirono di fatto col benestare di Mosca dell’arsenale bellico locale, che venne poi utilizzato contro i soldati spediti dal Cremlino), si riciclava denaro falso e sporco, si contrabbandava petrolio (sifonato illegalmente dagli oleodotti che collegano la Russia al Mar Caspio passando per Grozny), si rifugiavano terroristi, si sequestravano persone, sullo sfondo del progetto di Dudaev di creare uno stato caucasico di stampo islamico, magari inglobando un paio di altre repubbliche. Ma mentre l’economia era alla frutta, l’industria a pezzi (anche quella petrolifera), l’agricoltura alla canna del gas, e mentre decine di migliaia di russi lasciavano capitale e dintorni smobilitando amministrazione e servizi, crescevano anche i dissidi tra il nuovo presidente, i signorotti locali e il centro della Federazione.

IL PARTITO DELLA GUERRA

Nella confusione istituzionale dei primi anni Novanta, con il conflitto tra Eltsin e la Duma e il putsch del 1993, fu tentato di ridefinire i rapporti tra la Cecenia e Mosca, con quest’ultima che offrì la possibilità a Dudaev di rientrare nella FR, ma il progetto fallì. Tutto sommato l’idea di una regione libera da ogni controllo dove ciascuno poteva fare i porci comodi alla faccia delle leggi nazionali e internazionali faceva solletico un po’ a tutti: da una parte come dall’altra. Tra la fine del 1993 e il 1994 i contrasti all’interno della repubblica, tra Dudaev, parlamento e ambienti della finanza e della criminalità, e con Mosca che voleva entrare nel gioco sostituendo il presidente con un suo uomo di fiducia (Salambek Chadziev), esplosero definitivamente. Eltsin, che aveva finanziato un’operazione militare alla fine del 1994 coperta dai servizi e finita male, voleva spegnere la polveriera cecena al più presto, prima che contagiasse il Caucaso intero, o forse anche voleva dare una mano o chi proprio lì faceva i migliori affari, tra petrolio, armi e droghe varie. Sta di fatto che l’11 dicembre del 1994, sotto la decisiva spinta del fantomatico trio Korzakov-Soskovec-Barsukov (il cosiddetto "partito della guerra") iniziò quella missione che avrebbe dovuto durare poche settimane e riportare Grozny sotto il controllo di Mosca, ma che in realtà proseguirà fino al 1996 trasformandosi in un vero e proprio massacro…





LA TREGUA

 

Dal 1997 il nuovo presidente Maschadov, subentrato dopo le elezioni nel novembre antecedente a Jandarbiev, si trovò a gestire un paese in realtà impossibile da controllare. Non era certo cambiata la situazione degli anni iniziali, dove la criminalità organizzata, il banditismo (la pratica dei sequestri assunse proporzioni devastanti, per quantità e brutalità), le lotte per il controllo delle risorse naturali e delle vie del petrolio erano i veri elementi che muovevano l’intera nazione. Se a ciò si aggiunge il fatto che aveva preso largamente piede la tradizione islamica wahhabita - arrivata già alla fine degli anni Ottanta quando era l’Arabia Saudita a finanziare l’espansione religiosa radicale nel Caucaso - ben rappresentata da quel Arbi Baraev alleato di Basaev, diventato nemico dello stesso Maschadov, si può capire come i vertici ufficiali del paese avessero i bei loro problemi a portare un po’ d’ordine tra le macerie. I dissidi tra Maschadov e gli islamici più radicali (Basaev e Khattab innanzitutto) contraddistinsero il periodo fino al 1999, e cioè fino all’escalation in Daghestan. Mentre il presidente ceceno si incontrava con il primo ministro russo Stepashin per decidere i dettagli di una cooperazione tra le due capitali, si intensificavano le scorribande dei guerriglieri wahhabiti nelle zone di confine con la repubblica daghestana. Fino a che in agosto qualche centinaio di combattenti agli ordini di Basaev non si impadronì di alcuni villaggi nei distretti di Cumadin e Botlich. Il limite era stato raggiunto: un paio di giorni dopo iniziava la seconda campagna cecena. La guidava Vladimir Putin...



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